Ebefrenia e dementia praecox: una riflessione sul declino mentale precoce
Le lettere di Crocifissa G., una donna nubile di 33 anni, aprono una finestra sulla realtà dell’ebefrenia e delle sue devastanti conseguenze. Ricoverata nel manicomio di Teramo nel gennaio del 1905, Crocifissa ne uscì solo nel settembre 1907, su richiesta dei suoi parenti. Diagnosi: demenzaprecoce di tipo ebefrenico. Questa particolare forma di schizofrenia, nota anche come dementia praecox, si manifestava in età giovanile, colpendo in modo rovinoso le persone prima che potessero raggiungere la piena maturità.
Cosa sono ebefrenia e dementia praecox?
L’ebefrenia, una delle tre sottocategorie della dementia praecox (insieme alla catatonia e alla paranoia), si distingue per il comportamento disorganizzato e immaturo del paziente, spesso accompagnato da emozioni inadeguate e pensieri frammentati. La dementia praecox, termine coniato da Emil Kraepelin, si riferiva genericamente a forme di schizofrenia che iniziavano in giovane età, caratterizzate da un deterioramento mentale precoce e irreversibile. Il caso di Crocifissa G. rispecchia pienamente questa descrizione: una donna che, nel pieno della vita adulta, si trova a regredire a uno stato mentale adolescenziale, popolato da annotazioni sconnesse e riflessioni disordinate.
Sintomi e segni dell’ebefrenia
L’ebefrenia si presenta con una serie di sintomi tipici della dementia praecox: comportamento disorganizzato, incapacità di esprimere emozioni appropriate, scarsa cura di sé, e una regressione a comportamenti infantili. Crocifissa, nei suoi momenti di lucidità, riusciva a trasmettere ai familiari solo annotazioni, pensieri e riflessioni sparsi, frammenti di una mente disgregata. La schizofrenia precoce, in questa forma, si manifestava spesso con deliri di grandezza e un comportamento che oscillava tra l’euforia e l’apatia.
Il trattamento della dementia praecox nei manicomi del XX secolo
All’inizio del XX secolo, il trattamento della dementia praecox, inclusa l’ebefrenia, era rudimentale. Il manicomio rappresentava spesso l’unica risposta a una condizione ritenuta senza speranza. Come accadde a Crocifissa, i pazienti venivano segregati in questi istituti per anni, senza un reale miglioramento della loro condizione. Le annotazioni, i pensieri e le riflessioni che emergevano da queste degenze forzate spesso documentavano una progressiva alienazione. Crocifissa stessa scriveva lettere in cui alternava momenti di lucidità a episodi di totale sconvolgimento emotivo e mentale.
L’impatto dell’ebefrenia sulla famiglia
La malattia mentale non colpisce solo chi ne soffre, ma lascia profonde cicatrici anche nelle famiglie. Il ricovero di Crocifissa non fu una scelta facile per i suoi parenti, che alla fine, vedendo l’impossibilità di un vero recupero, decisero di richiederne le dimissioni dal manicomio. Le lettere di Crocifissa riflettono questo conflitto interiore: da un lato, la speranza di un ritorno alla normalità; dall’altro, la consapevolezza di un declino inesorabile. Le sue annotazioni, pensieri e riflessioni, sebbene confuse, dimostrano il desiderio di riconnettersi con una realtà che ormai sfuggiva al suo controllo.
Dalla dementia praecox alla schizofrenia moderna
Oggi, il termine dementia praecox è stato sostituito dal più ampio concetto di schizofrenia, che include l’ebefrenia come una delle sue possibili manifestazioni. I progressi nella comprensione e nel trattamento della malattia mentale hanno permesso di sviluppare terapie più efficaci, che includono farmaci antipsicotici e supporto psicologico. Tuttavia, all’inizio del XX secolo, i pazienti come Crocifissa erano considerati senza speranza, e il loro destino era quello di vivere isolati dal resto della società, rinchiusi in manicomi in attesa di una cura che spesso non arrivava mai.
Conclusione
Il caso di Crocifissa G., ricoverata per ebefrenia nel manicomio di Teramo nel 1905, rappresenta un esempio di quanto fosse difficile affrontare malattie come la dementia praecox in un’epoca in cui la psichiatria era ancora ai suoi albori. Le sue annotazioni, pensieri e riflessioni rimangono come testimonianza di un’esperienza umana dolorosa, che ancora oggi ci invita a riflettere sulla fragilità della mente e sull’importanza di un approccio umano e compassionevole verso chi ne soffre.
A quarant’anni dalla legge Basaglia, che ha sancito la chiusura dei manicomi, riemergono le storie e i volti di migliaia di donne che in quei luoghi hanno consumato le loro esistenze. In questo libro sono soprattutto donne vissute negli anni del regime fascista: figure segnate dal medesimo stigma di diversità che, con le sue ombre, ha percorso a lungo la società, infiltrandosi fin dentro i primi anni del l’Italia repubblicana. All’istituzione psichiatrica fu consegnata, dall’ideologia e dalla pratica «clinica» del fascismo, la «malacarne» costituita da coloro che non riuscivano a fondersi nelle prerogative dello Stato. Su queste presunte anomalie della femminilità, il dispositivo disciplinare applicò la terapia della reclusione, con la pretesa di liberarle da tutte quelle condotte che confliggevano con le rigide regole della comunità di allora. La possibilità di avvalersi del manicomio al fine di medicalizzare e diagnosticare in tempo «gli errori della fabbrica umana» non fece che trasformare l’assistenza psichiatrica in un capitolo ulteriore della politica sanitaria del regime.
Crocifissa G., 33 anni, nubile, donna di casa, entra nel gennaio 1905, esce a richiesta dei parenti nel settembre 1907, diagnosi: demenza prima tipo ebefrenia.
Teramo, 30/11/1905
Caro padre, venitemi a riprendere decisamente, io voglio tornare a casa, non più qui, non più!… Se sapeste! Se sapeste!… Venite: e non dimenticatevi di portarmi i vestiti nuovi e biancheria, essendo sciupata quel po’ che portai: eppoi nel lavarla è stata unita ad altra piena di sporchizie, tanto ch’io non posso più indossarla. Credetemi: ed eseguite quanto vi ho detto. Non potendo voi, lasciate che venga la zia. Io non fo che attendervi di giorno in giorno, d’ora in ora per rivedervi! Da un anno non ho più notizie della famiglia! Dio lo sa quante trepidazioni! Quanti pensieri orribili turbano la mia mente! Vogliate pertanto diminuire le mie angustie e cambiare questa esistenza infelice che non ho più forza di tollerare! Non altro. Tanti saluti a tutti, baci ai bambini.
Teramo, 3 gennaio 1906
Caro fratello, scrissi ultimamente a papà pregandolo di venirmi a prendere ma non ho ricevuto risposte. Vorrei sapere perché tanta trascuratezza e tanto mistero! Son malata assai più dell’anno scorso e se non venite a prendermi ne morrò!! Ve l’assicuro! Se mi vedeste! Forse non mi riconoscereste… Son così cambiata! Certo qui son nauseati… stanchi! Di tanta responsabilità! Ne convengo! E non vorrei che altri avessero a soffrire per me. No, non me lo perdonerei per tutta la vita! Perciò son malata e bisogna che torni a casa. Se non potrò guarire spetta solo a me il peso del sacrifizio e del fatale destino! Che Iddio mi diè! Ringraziando sempre loro, pregandoli nello stesso tempo a perdonarmi il disturbo arrecato. Dunque vieni subitamente tu e Clementina e torneremo uniti.
Teramo, 20.4.906
Cara cugina, mi trovo a Teramo da quindici mesi. Finalmente adesso grazie a Dio tornerò a casa, fra pochi giorni. Io scrivo a te per pregarti di un favore, ma guai se tu rifiuti! Sarebbe una rovina! E tu poi?! Quale rimorso!! Senti: sono malata, molto molto malata, tanto che tu non potresti mai immaginare! Credimi, sa, credimi e non deridere anche te il mio immenso dolore al quale sono in preda! Devo assolutamente parlare col dottore Oreste Gubitosi non posso farne a meno, è necessario! Tuo marito Peppino mi farà piacere di parlarle di me, della mia malattia gravemente inoltrata! E poi… pregarlo di venire a Popoli dove mi troverà. Indi parlarle! Ma… s’ei rifiutasse? Non sia mai! Un momento… poche parole! Ma venga, venga! Mi raccomando non essere cattiva come sempre. L’ultima volta che torno a pregarti! Poi… addio per sempre! Saluti a tutti, baci alle bambine.
Teramo, 16 maggio 1906
Caro Peppino,
mi trovo rinchiusa, in questo carcere, così, in mezzo ai pazzi e a momenti fan diventare pazza anche me! Son costretta a fare una vita… Dio lo sa come! Se mi vedeste, non mi riconoscereste… son così cambiata!… Un soffio basta a farmi cadere. Sì, perché senza mangiare, né bere, né riposare un minuto, ed arrabbiarsi ogni momento, perché non sempre posso tollerare i grandi insulti dei pazzi che fanno a me ed alla mia famiglia. Le serve di questo luogo sporco, poi, scostumatissime persone, ignoranti, sporche donne: è qualche cosa di straordinario! Per me non ho più pazienza, di soffrire tutto questo! Venne mio fratello a riprendermi, e non ci fu caso di partire, perché il Direttore fece alcune riflessioni, dicendo a mio fratello che poteva tornare fra una decina di giorni, dovendo fare alcune pratiche. Ma son trascorsi due mesi e non si sol avere il bene di finirla con questa celebre commedia! Adesso mi prendono la scusa che papà è malato e non posso tornare. Ma io non ho che farci all’ospedale, non sono mica una miserabile oppure un’orfana; ci stiano pure gli straccioni ed i pazzi in questo luogo temerario e non avessero più ardire di insultare certe persone e basta! Ve lo devo dire? Sono svergognati abbastanza. Credimi; perciò avvisa la mia famiglia perché venisse a prendermi sul momento e dille da parte mia: non dessero più retta ai suggerimenti stolti degli altri, perché si troveranno a male. Anzi, vieni tu, se è possibile, perché non posso più trattenermi in mezzo a questa gente impertinente, che quasi avrebbero certe pretensioni. I dottori del mio paese mi mandarono in un’ospedale per un esame, non per altro e poi, tornando a casa si sarebbe pensato a tutto. Dunque adesso passa il tempo ed io mi trovo qui! Se la mia famiglia accondiscese a mandarmi fece tale sacrificio, cioè, fu per togliere qualche soddisfazione a qualcuno. Adesso loro mi mandarono, io, ci sono stata; e che si pretende di più? Non ci voglio stare, non ci voglio stare, non ci voglio stare! Ti raccomando, agisci tu per me, perché se io fossi libera… Ho paura di questo paese, lo sai? Esso è un paese traditore! Devo tornare a casa, perché devo assolutamente pensare per i miei interessi, mi avete capito? Non altro. Sicurissima di avere questo favore da te, sappi che non ho altra speranza. Salute a Bice, baci alle bambine.
Tua cugina Crocifissa G.
Signor Direttore,
meravigliata oltremodo sono per il suo contegno, che in verità non so qual maniera spiegarmi. Si ricorda lei cosa disse a mio fratello? Una decina di giorni di pratiche, è vero? Dunque, è trascorso un mese e non se ne parla di nulla. Sappino ch’io voglio tornare a casa, hanno capito? Non ho niente da farci con l’ospedale, né con Teramo. Comanda la mia famiglia, comanda chi ne ha diritto! E basta così: credessero forse che il manicomio fosse una reggia? E… mi pare che così la pensano… io non voglio trattenermici, neanche un’altra giornata! Ci siamo intesi? Perciò presto a far venire i miei, perché qui nulla mi trattiene. Perdoni signor Direttore, ma è proprio così.
Teramo, 19 luglio 1906
Signor Gubitori!
Lei sa benissimo la mia triste avventura di cui sono vittima!! Pure… si rifiuta ad apprestarmi il minimo soccorso per trarmi da questa orribile prigione, dove fui condotta e che bisogna dirle «quasi non so comprendere il significato di questo dramma!» Lei… poi… l’attore principale… Si nasconde… si nasconde sempre! Ed io… come fare!?… Presto… dicami tutto… vorrei sapere le sue idee!… Smetta… per carità un così lungo mutismo… so che mi ama!… E che questo amore fatale… Forse lo rende infelice!!! Addoloratissima oltremodo sono per lei… L’uomo del mio cuore! La mia vita… lo incontrai… bello… forte… giovane! E… dall’ora… non ho potuto un istante non viver di lei! L’amo, l’amo, è fiamma immortale! Tempo o affanno, distrugger non po’. Viva in core gelosa vestale, custodir quella fiamma saprò!
Senta. Alla cugina scrissi; speravo di avere sue nuove, ma nulla. Torno di nuovo a scriverle e non sa lei di che cosa voglio pregarlo! Mi mandi il papà suo! Ho urgente bisogno di parlarle di cose importanti. Io non posso più stare in questo luogo… è un ospedale… eppoi è d’uopo finirla, una volta… Non devo far niente qui, basta la caccia! Non più!!! Lei… no… non venga… mi cagionerebbe del male….! Ci penseremo poi…
Sicura di avere tale favore sentitamente lo ringrazio anticipatamente
La sua amica
G. Crocifissa
Teramo 19 luglio 1906
Caro fratello,
mandate immediatamente il presente biglietto al signor Gubitori. Esso deve far venire da me il papà suo perché desidero parlarle in vece sua. Lui non può venire adesso per la ragione che vi dissi l’altra volta. Anzi, ci andate voi personalmente e venite qui assieme all’ospedale, coll’idea di riprendermi; perché io non posso più stare qui, lo capite o no? Se m’intrattengo ancora per poco qui non mi si risparmierà certo una critica. E sì perché stare in luogo dove non ci appartiene… E presto, a venire e far venire il signore che desidero. Non altro ho da dirvi. Vi aspetto subito.
Teramo, 16/10/1906
Signor dottore, è impossibile descrivere il dispiacere che provo, pel modo di agire di quest’ospedale. Proibirmi di parlare con la signorina Tesei! Non solo, ma anche di passare per il salone. Non è questa la prima volta che io entro colà. Vi sono andate sempre, così, per fare due passi qualche volta e, perché come si fa a star sempre sedute? Essa è una condanna che meriterebbe solo chi mi condusse in questo luogo. Eppoi sento tanta simpatia per la signorina che bramerei condurla a casa con me, adesso che torno. Se loro lo permettono. Lei n’è contenta, me lo disse, non so però se ha cambiato idee. Intanto lei è pregato far cessare il pessimo trattamento dell’ospedale cui ne sono stanca. La mia salute non lo permette più; temo mi sopravvenga la tisi. Eppoi signor dottore, faccia venire qui la famiglia, devo regolare alcuni conti con essi. Ecco: io fui mandata qui da una persona che ignoro chi sia. Illudendosi che uscita di qui l’avrei sposato. Ma io non mi sento affatto disposta a fare questo passo! Per decoro: non posso non devo e non voglio. Perciò la persona sconosciuta, è colui che dovrà pensare pel mio avvenire. Perché nella casa di mio padre non voglio tornarvi ed i fratelli potrebbero opporsi a ricevermi. Quindi io sono una creatura perduta per sempre e loro lo comprendono assai meglio di me. Mi ha uccisa il trattenermi troppo in questo luogo. Mi hanno costretta a starci ed ora vol dire che devono pagarmi da poter vivere una vita agiata e conveniente, secondo la circostanza. Ecco cosa devo dire al padre mio, e non farebbero male se l’avvisassero loro stessi. Saranno compensati di tanto disturbo. Prego, però, la massima sincerità perché è inutile nascondere segreti mentre io so tutto; perché è proprio così. La signorina, una vittima al pari di me, sceglierei a compagna nella vita se le fa piacere; in altro caso ne procurerò un’altra disposta a sacrificarsi con me, o pure me ne starò sola con la donna di servizio.
Tutto ciò signor Dottore deve essere eseguito in brevissimo tempo, perché voglio tornare subitamente al paese e rimettermi, perché sono bastantemente sciupata e non intendo trovarmi qui adesso che incomincia il freddo. Perciò prego lasciar venire la De Antonis o il marito o la serva; mi devono portare del denaro per scrivere a casa e dargli alcuni ordini. Facciano piacere. E ringraziandoli anticipatamente con tutta stima riverisco.
Egregio signor Direttore,
Lei sa che da parecchio tempo ho manifestato il desiderio di tornare a casa. Si attendeva solo che venisse qualcuno a prendermi. Ma è inutile pensarci! Mentre nessuno si fa vivo! Io di nuovo torno a pregare fervidamente lei, a volermi rimandare con l’infermiera perché sono veramente molto malata e devo tornare a casa per procurare di guarire! Non posso più a lungo essere lontana dalla famiglia, non posso! Mi creda signor Direttore, soffro troppo qui! Perciò spero mi farà partire in questi giorni, essendo io già pronta. La mia risoluzione non deve meravigliarla, essendone già parlato da un pezzo. Ossequiandola con stima la riverisco.
Devotissima G. Crocifissa.
Gentilissima signorina,
averla incontrata in questo luogo orrendo e non poterle scambiare mai una parola, farmela vicino, accarezzare il suo bel viso, mi fa molto dispiacere. Ma il suo contegno è qualche cosa di straordinario. Veramente non saprei a che attribuirlo. Mi ama tanto ne vero? Io la ringrazio invero signorina, ma che posso io per lei? Nulla! Proprio nulla! Fuorchè ricambiare il suo affetto. Perdonerà ogni mia sgarbatezza. Ma… son così inquieta…
Mi trovo qui or son due anni. Lunghissimi, interminabili. Non ho notizie della famiglia. Di nessuno! Attendo, sempre il giorno che vengono a prendermi e nessuno si fa vivo. Le pare? Soffro immensamente, su tutti i riguardi, e sento di non averne più pazienza. Devo tornare a casa fra pochi giorni. Ci ameremo da lontano. Ci penseremo a vicenda. Le farò avere il mio ritratto e guardando la mia immagine mi invierà un saluto ed un bacio. È contenta adesso? Certo che sì, non è vero? Addio signorina. E porgendole un bacio sulla mano adorata passo a segnarmi