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Menti che si svelano: “Fa’ che non sia matto” (A. K. Benjamin): viaggio tra terapeuta e pazienti

Fa’ che non sia matto: un viaggio nella mente umana

Un ambulatorio dai muri gelidi, color azzurro spento. Lì dentro, i pazienti si susseguono, uno dietro l’altro, portando con sé storie incredibili e frammenti di vite difficili da decifrare. Il libro Fa’ che non sia matto di A. K. Benjamin ci catapulta in questo mondo di sofferenza e incertezza, dove il terapeuta, con occhio acuto e mente lucida, cerca di mettere ordine nel caos delle menti che si trovano di fronte a lui.

C’è Lucy, che non riconosce la propria casa, confondendola con quella della vicina. Poi Michael, con il suo passato da base jumper, sopravvissuto per miracolo a un incidente. E ancora Jane, un’adolescente tormentata da crisi epilettiche, e Tracy, una bambina che è stata colpita da un televisore mentre cercava di accenderlo. Ognuno di loro ha un mondo interiore complesso, ma ciò che emerge è la lotta del terapeuta nel trovare la verità, anche quando la guarigione sembra un’utopia.

Il terapeuta e i pazienti: chi osserva chi?

In questo libro, Benjamin si mette in gioco non solo come osservatore, ma anche come uomo, con tutte le sue fragilità. L’incontro tra terapeuta e paziente non è mai semplice. Prima ancora di sedersi davanti al paziente, c’è la lettera del medico curante: poche righe formali, a volte spersonalizzate, con accenni vaghi come “comportamento strano” o “difficoltà di memoria”.

E poi arriva il paziente in persona, contrappunto in carne e ossa alle sue annotazioni, pensieri, riflessioni. Il terapeuta prova una sensazione di repulsione e fascinazione allo stesso tempo, scrutando il soggetto che ha davanti. È lì che inizia la vera sfida: capire se dietro quei sintomi si cela ansia o una malattia degenerativa come l’Alzheimer. Spesso la differenza tra una diagnosi e l’altra si gioca su una linea sottilissima, tra certezze scientifiche e intuizioni umane.

Annotazioni, pensieri, riflessioni: oltre la diagnosi

Nel suo lavoro, Benjamin ci mostra come un terapeuta non sia solo un tecnico che fa diagnosi, ma una figura che deve navigare tra mondi interiori in frantumi. Non sempre ci sono risposte chiare. L’Alzheimer, la demenza vascolare, la depressione… tutte queste etichette a volte non bastano per inquadrare una vita. Si veda nell’estratto in calce il tremendo catalogo delle patologie neurologiche.

E il terapeuta stesso si rende conto di essere immerso in annotazioni, pensieri, riflessioni che vanno oltre il dato clinico, fino a mettere in discussione la propria umanità.

Il libro diventa allora un percorso condiviso tra paziente e terapeuta, in cui entrambi sono alla ricerca di una verità che non sempre si lascia afferrare. È una danza delicata, una partita a scacchi tra intuizioni e diagnosi, tra realtà e immaginazione.

L’autore e il confine labile tra sanità mentale e follia

Benjamin (pseudonimo dietro al quale si cela un neuropsicologo britannico) ovviamente ha cambiato i nomi, le caratteristiche fisiche, l’ambiente, i luoghi, il genere, la nazionalità, i riferimenti etnici e i dettagli fondamentali degli eventi, onde essere certo che nessuna delle persone nominate in queste pagine possa essere identificata e che i materiali sensibili ai quali si è ispirato siano protetti dalla privacy. Egli non si limita a raccontare storie di pazienti. Il suo stesso percorso è intrecciato con quello dei suoi assistiti. Ha vissuto ai margini della società, tra tossicodipendenti, migranti e senzatetto. Ha affrontato il dolore della fine di un matrimonio e la fatica di crescere due figlie. E, in momenti di estrema vulnerabilità, ha persino sfiorato la follia.

Come un moderno Re Lear, il terapeuta si trova a dover fare i conti con i propri limiti, mentre cerca di comprendere le menti che gli si parano davanti. I confini tra sanità mentale e follia si confondono. In fondo, chi è davvero sano e chi è malato? Questo è il quesito che emerge tra le righe del libro, una domanda che lascia spazio a una vera ridda di annotazioni, pensieri, riflessioni su ciò che significa essere umani.

Fa’ che non sia matto: una lettura ipnotica e coinvolgente

Fa’ che non sia matto è molto più di un semplice resoconto di casi clinici. È un libro che scava nella profondità dell’animo umano, rivelando tutta la fragilità e la complessità della nostra mente. Benjamin, con uno stile evocativo e ipnotico, riesce a farci riflettere su quanto sia sottile il confine tra la normalità e la follia, tra il terapeuta e il paziente. Una lettura intensa, che lascia il segno, e che spinge a interrogarsi e fissare le proprie annotazioni, pensieri, riflessioni.

Un ambulatorio spoglio, dalle pareti di un azzurro gelido, nel reparto di neurologia. Davanti alla scrivania si siedono tanti pazienti, uno dopo l’altro, in attesa di essere visitati. C’è Lucy, una signora che non distingue casa sua da quella della vicina. C’è Michael, sopravvissuto a un brutto incidente durante un volo di base jumping. Ci sono Jane, un’adolescente afflitta da crisi epilettiche, e Tracy, una bambina che è stata travolta da un televisore ultrapiatto mentre cercava di accenderlo. Poi c’è lui, il terapeuta, che interroga e scruta chi gli sta di fronte, alla ricerca della diagnosi da imprimere nero su bianco nella cartella clinica. La verità straziante con cui deve convivere è che non sempre si può guarire: nel campo dei disturbi neurologici le personalità si frantumano, le evidenze sono volubili, le certezze vengono meno. Risonanze, encefalogrammi e tamponi non sono sufficienti per inquadrare un disagio, una persona, […]


in questo passo, l’autore analizza l’incontro del neurologo con un paziente cui scrive indirizzandoglisi in seconda persona

“Prima che ci incontrassimo a tu per tu, c’era stata una presentazione più formale: la lettera del medico curante. Di solito, poche righe convenzionali fra professionisti, un modulo con il tuo nome in calce. Lettera a un tempo freddamente esplicita e del tutto priva di dettagli. Non lo dico per lamentarmi, so quanto siamo sempre impegnati. La tua lettera parlava di «difficoltà generali di memoria», di qualche «comportamento strano» non specificato, accennava a «molte cose in corso nella tua vita», come se la vita non fosse fatta per questo. Ora sei qui in carne e ossa, capelli gocciolanti sulle spalle della camicia di seta, la lettera spalancata sulla scrivania. Ho un moto di repulsione. Parole casuali, stereotipate, buttate là: la tua «forza d’attrazione», la tua «resilienza», il tuo «charme». Come se gli ultimi cent’anni non ci fossero stati…

Forse non te ne accorgi, mentre la tua mente va in cerca della conclusione della lettera, che sbuca fuori all’improvviso, inattesa, a metà frase: «Che tutto questo costituisca una sovrastruttura psichiatrica, forse connessa con lo stress? O che sia invece indice di un processo organico incipiente?».

In altre parole: ansia o malattia terminale?

Le domande che ci rivolgiamo ruotano spesso intorno a queste scelte, chiamate «differenziali», di solito coppie di definizioni contrapposte, come pugili in un match: Alzheimer o vascolare? Alzheimer o depressione? Alzheimer o demenza a corpi di Lewy? Demenza a corpi o Parkinson? Parkinson o paralisi supranucleare progressiva? Paralisi supranucleare progressiva o degenerazione corticobasale? E così via di seguito. Nomi importanti. Combattimenti per il titolo. E come contorno, gli esotici: sindrome di Prion, Guam, Hiroyama, paralisi di Erb, malattia di Guacher, di Sanfilippo, di Rasmussen, di Dandy-Walker, di Wallenberg e migliaia e migliaia di altri. Una guida telefonica internazionale da giorno del giudizio. Al livello più elementare, è questo quello che noi siamo: receptionist osannati, che scelgono un nome fra tanti, il tuo nome, o meglio, il tuo nuovo nome; a volte con un tocco personale da vecchia scuola, ma oggi, sempre più spesso, come se a pronunciarlo fosse un call-center da Hyderabad.

Riesci a leggere dietro l’argot? Sì, è nei tuoi occhi. È nei tuoi occhi perché è nei miei. Quello che noi vogliamo sapere è se questo è l’inizio di una terribile malattia, che alla tua giovane età devasterà, con ogni probabilità, il tuo funzionamento entro tre-cinque anni e ti distruggerà entro sette-dieci anni… O sei semplicemente un essere umano?”.

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